L’Acquacotta

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acquacottaIl naufragio mi ha dato la felicità che tu non mi dai.

 Onda su Onda – Bruno Lauzi

 

Spoiler: ricetta triste triste triste, triste triste triste, triste triste triste, triste come me, ma decisamente toscana, anzi nata in Maremma, luogo di acquitrinose memorie che nel suo sapersi rialzare da quell’acqua trova posto nell’immaginario italico come terra di uomini rudi e impavidi, che l’odierna gentrificazione li porterebbe ad incarnare la massima fantasia sessuale di – oramai – tutti.

Era mia intenzione fare la trasposizione culinaria di Sea song di Robert Wyatt, pur non avendo nemmeno le capacità di Cristina Donà per farci una cover. A me la cantavano come ninnananna e vi sconsiglio in ogni modo di ascoltarla mentre cucinate: il vostro stomaco potrebbe chiudersi per ore. Potreste avere all’improvviso le faccia che ricorda il crollo di una diga e avere bisogno di una coccola d’acquacotta per il vostro pancino lacrimogeno.

Perché esiste un’analogia ben radicata che tutti noi atavicamente ci portiamo dentro e che lega i sentimenti all’acqua per caratteristiche fisiche e chimiche che esperiamo senza saperle spesso spiegare a parole, prima che Zygmunt Bauman definisse liquide le relazioni che tessiamo oggigiorno, in bilico continuo tra il fluttuante e lo stagnante.
In una sequenza video di Siamo Fatti Così sarebbe come vedere che dal cuore tutto va giù allo stomaco per poi ritornare in zona cardiaca, esprimendosi in ulteriori flussi che possono andare dalle lacrime al sudore, dal vomito alla lubrificazione, tutte fasi che nelle nostre storie d’amore si rincorrono in liquida alternanza.

E pensate a tutti gli aforismi acquatici con cui i vostri amici cercano di farvi riprendere a suon di pacche sulla spalla dall’ultima batosta: tutto scorre, ne passa d’acqua sotto i ponti e – quella che personalmente proprio mi attiva la “modalità – testate al muro -ON” – di pesci ne è pieno il mare. Che se per pesci intendi il segno zodiacale allora sicuro è una minaccia.

C’è un’ immagine che rincorriamo quando figuriamo la scena che più vorremo  rappresentasse le nostre relazioni. Chi si vede al fianco del proprio partner che guida mezzi di trasporto vari, purché capelli al vento (una sorta di cavallo bianco versione 2.0.), chi a servire l’arrosto mentre lui è già seduto a tavola. Chi, come me, per quanto attragga inspiegabilmente centauri, ha davanti agli occhi Virginia Woolf in The Hours (Stephen Daldry, 2002) o le eroine dei dipinti preraffaeliti di Lady Of Shallot – John Waterhouse o di Ofelia – John Everett Millais, donne dai capelli lunghissimi vestite come di un Valentino di quelli delle ultime collezioni e circondate da ghirlande di fiori, che per colpa del folle di turno finiscono per lasciarsi trasportare – da sole – dalla corrente fluviale. Il tutto declinato in una palette colori di un dramma acquatico che parte dal blu oltremare per andare alla deriva nel verde marcio.

Tempo fa dissi a qualcuno che era come un fiume in piena. Che passa dalla calma piatta ad altezze allarmanti in pochi secondi, senza avviso di strabordamenti di livelli di guardia. Arriva, distrugge, erode, porta via per prosciugarti con l’aridità ben confessa e lasciarti nel fango. E pensi allora di poter essere vicino al sentirti alluvionato. Trascinato dalla piena e lasciato tramortito e grigio.
Ed è così che ti rialzi e ti ritrovi a cucinare il nulla. Se non ti rimane nient’altro che l’acqua, non potrai che cucinare quella e nutrirti del niente che ti resta. Si spera di pane, olio, cipolla e poco più. Così poco che fai fatica a dargli un nome che lo identifichi con più di un’acqua cotta.

In questa città popolata di eunuchi gastrofighi che non ti lasciano mangiare se non hanno prima fotografato la bottiglia di vino che hanno messo mezz’ora a scegliere (e ‘n’altra mezz’ora scarsa a roteare nel balloon), quel vino per il quale insistono che voi dobbiate sentirci l’erbaceo, è opportuno chiedersi se preferire una cena stellata con lo sfigato dall’infangata sicura al pane cotto con l’uomo sudato, che l’erbaceo ce l’ha addosso proprio e che invece di infangarti, al massimo, di fango, ti sporcherà solo il pavimento.

 

4 uova, 2 cipolle, 4 pomodori, 2 carote, sedano e basilico, 8 cucchiai olio e.v.o., pane raffermo a fette, pecorino grattugiato, sale e pepe q.b.

 

disegni e parole di Marta Staulo

 

Per gli amici Stoló, tiene ‘a pummarola int’e vvene e non indossa mai i pantaloni.
Architetto ed event manager, trova giustificazione ad ogni dramma nelle stelle. Dura in sensi plurimi, si destreggia tra ristoranti, sac à poche ed illustrazioni foodie a suon di shoegaze.

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