Le fregnacce del rock

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Ieri ho detto a quello dell’Enel che ero frocio.”

Manuel Fantoni

 

Dipende da quando pescherete Lungarno, questo mese, se prima o dopo il 4 dicembre. Tutto potrà essere vecchio, decadente, tronfio forse più della visione di Linea Notte con la borsa dell’acqua calda. Oppure nuovo, vitale, emozionante forse più di un pareggio sul campo della Juventus.
Sono artifizi, come lo è stato il rock per generazioni intere. Religione per il giovane o per chi vuol rimanere tale, codificata con gesti di ribellione allo stesso modo delle favole, che i vocalist nelle discoteche di periferia ci imponevano.

Ci hanno raccontato un sacco di fregnacce, i rocker, però ci sentivamo sempre giusti, ribelli, liberi. Non è nichilismo questo, è oggettività, e l’ho riassaporata ascoltando un live degli Afterhours, una delle band a cui son più legato. Parafrasi fantastiche, tocchi poetici mescolati in un mix di stereotipi incrociati fra Stati Uniti, Londra e un poliziottesco del 1975.

Il punto è che l’Italia non è un paese decadente e nemmeno vecchio, anche se vogliono farcelo credere. In Italia non siamo a Londra, e a Londra non siamo a Civitavecchia. Avete mai visto i Doors mangiare un’orata al forno con un bicchere di bianco? No.

Non riusciremo mai a fare rock, così come non riusciamo a fare la rivoluzione: ma è un bene. Perché pur volendo cambiare non vogliamo cambiare. Ci basta raccontarle. Moriremo democristiani, perché lo siamo. Ci stiamo solo allungando male la vita.

 

di La Sciabolata

 

Articolo pubblicato dalla redazione.
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