Dario Nardella

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“Sei pieno di linee qua, vediamo un po’. Beh sei uno estremamente impulsivo e onesto, hai la linea della testa molto vicina a quella del cuore. Sei un fancazzista, ma quello lo si sapeva. Non ami il comando, ma stai bene in squadra. Interessante il triangolo fra le linee, che significa il successo nella professione. E sei sensibile, sì, hai una grande sensibilità verso l’arte, la musica e le lettere”.

Chi mi sta leggendo la mano è il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Lo fa sorridendo, ma in maniera talmente professionale che gliela butto lì. “Dario, ma prendiamo un banchino e ci mettiamo qui in via dei Calzaiuoli”. “Te ridi, ma se dovesse andare tutto male, io ho un futuro come artista di strada. Posso andare dalla sviolinata, alla lettura della mano”.

La prima immagine che conservo di lui risale alle amministrative del 2009. A tarda notte, nel chiostro delle Mantellate, al termine dell’ennesima serata elettorale. Dario aveva addosso una t-shirt di almeno una taglia più grande. Sudato, stanco e visibilmente provato dai ritmi di quei giorni, eppure aveva ancora la forza di essere cortese con chiunque incrociasse. Lo avevo già visto e conosciuto in altre occasioni, ma per la prima volta lo studiai un po’. Da stronzo quale sono, aspettai che stringesse fino all’ultima mano, facesse fino all’ultimo saluto, concedesse fino all’ultima risposta a domande del tipo “vinciamo al primo turno?”, “farai l’assessore?”, “come andiamo al Quartiere 5?”. E quando pensai che non ne potesse davvero più, mi presentai col sorriso odioso di quello che sta per farti perdere i dannati 5 minuti di troppo. Non feci in tempo a dirgli ciao, che fu lui a salutarmi “Ciao Tommaso, come stai? Tutto bene? È un piacere vederti”.

Mi aveva fregato.

Da allora è stato vicesindaco, deputato e oggi sindaco. Ma ha sempre mantenuto quel tratto che gli vidi addosso quella sera: la forza di una persona cortese. La stessa cortesia, e prontezza, con cui mi risponde quando provo a metterlo in difficoltà giocando sulla sua origine campana. “È meglio la pastiera o la schiacciata alla fiorentina?”

“La schiacciata alla fiorentina per Carnevale e a Pasqua la pastiera.”

“Batistuta o Maradona?”

“Batistuta come uomo, Maradona come calciatore.”

“Meglio sindaco o deputato?”

“E vabbè, questa è facile, meglio fare il sindaco. Per ogni rottura in più che hai, c’è la soddisfazione di poter dare una mano a migliorare davvero qualcosa per la comunità e magari ricevere in cambio anche il sorriso di un cittadino.”

“Ok, va bene, ma tua moglie cosa ne pensa, meglio sindaco o deputato?”

“Ecco, in effetti, considerando che poco prima della mia candidatura a sindaco avevo stipulato un mutuo trentennale per l’acquisto di casa, quando ho parlato con mia moglie della scelta di abbandonare il Parlamento, beh, non era esattamente felicissima! Però abbiamo condiviso anche questa scelta.”

“Meglio Gabbani o la Mannoia?”

“Gabbani è simpaticissimo, ma dico Fiorella Mannoia. Oltretutto nel mondo in cui sono cresciuto politicamente, la Mannoia era un’icona. Anche se io la scelgo come artista.”

“Meglio Renzi o Mozart?”

Allarga le braccia.

“Mozart è Mozart.”

“L’amore ai tempi di Renzi – l’intervista è stata fatta a San Valentino ndr – passa per un messaggino di Whatsapp. E quello ai tempi di Nardella? Per una lettera vergata a mano?”

“Per un messaggio d’amore io dico che la lettera scritta a mano non ha eguali. E oggi è pure un atto rivoluzionario. Però bisogna saper usare anche Whatsapp. Guarda qua – mi mostra il telefono e scorre tra i messaggi di Whatsapp – questa è la chat con cui comunico con i miei tecnici quando vedo qualcosa che non va in giro per la città. Il gruppo si chiama ‘Traffico e buche’. E qua posso mandare foto e video in diretta ed avere risposta immediata. Per cui bene la lettera d’amore vergata a mano, ma per segnalare traffico e buche meglio Whatsapp.”

“Mi sa che hai ragione, ma … meglio Sangiovese o Primitivo?”

“Beh … dai, Sangiovese. Son due grandi vitigni eh, ma il Sangiovese è più … ”

“Elegante.”

“Sì, anche se bisogna essere bravi per fare un Sangiovese elegante.”

“E allora possiamo svelare che sei anche un produttore di vino, in quel di Puglia?”

“Ebbene, vengo da una famiglia che da tre generazioni è stata legata al vino in tutto e per tutto. Mio nonno iniziò a produrre vino nel Gargano, ma mio padre è stato l’unico, di sette fratelli, che non si è messo a fare il vino perché è stato quello che ha studiato. Mio nonno disse posso permettermi di far studiare solo uno dei miei figli. E toccò a mio padre. Gli altri: tutti con il vino. I miei cugini portano avanti quella storia e devo dire che nel tempo hanno iniziato a fare dei vini più curati, più precisi.”

“Confermo, di recente ho assaggiato il bombino che fa l’azienda Nardella. Ma ti ci vedi di qui a qualche anno, a ritirarti anche te a fare il vigneron?”

“Non lo escluderei affatto!”

“Occhio che poi ti tocca metterti a fare concorrenza a D’Alema, Bruno Vespa e Al Bano (tutti produttori di vino, ndr).”

“No però D’Alema il vino lo fa in Umbria e comunque non sarebbe, diciamo, la mia aspirazione quella di far vino per fare concorrenza a D’Alema, quello proprio no!”

“Sei scaramantico?”

“Ebbene sì, è un retaggio dei miei anni napoletani.”

“Gatto nero?”

“Sì.”

“Sale sulla tavola?”

“Sì e poi il cornetto che si rompe: sfortuna terribile. Guarda, ti dico una cosa, qualche giorno prima del 25 maggio, data infausta in cui crollò la spallina del Lungarno, ero a casa e cadde un cornetto di ceramica spaccandosi in due. E mentre mia moglie e i miei figli mi prendevano in giro io ero disperato. Quando poi arrivò quella notizia terribile ovviamente avevo ben altro a cui badare, però poi ammetto di averci ripensato. Per cui lo confesso, sono scaramantico”.

E dopo aver scoperto che ha questa passione per la chirognomia (l’arte di leggere la mano), gli chiedo:

“Un sogno per Firenze?”

“Un sogno realizzabile: lo stadio.”

“Ma sei sicuro?”

“Io dico che è realizzabile.”

“E uno irrealizzabile?”

“Una città senza macchine.”

Ora, io non la so leggere la mano, ma se a Dario riesce di farlo davvero, lo stadio, vuol dire che la sua linea della fortuna è proprio una gran linea. Buon fort … pardon. In bocca al lupo.

 

di Tommaso Ciuffoletti

 

Articolo pubblicato dalla redazione.
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