Le migliori dieci canzoni degli Afterhours secondo una fava

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In attesa dell’imminente concerto all’Obihall ho deciso di fare un ripassino e propinarvi questa mia non necessaria ma divertente top ten. Mi sono focalizzato sulla discografia mediana (quella del decennio 2000-2009) perché ritengo quel periodo artisticamente più rilevante rispetto ai primi lavori (escluso ovviamente Hai paura del Buio?) e agli ultimi. So già che molti di voi mi malediranno per aver lasciato fuori alcuni pezzi da novanta ma d’altronde ognuno ha il proprio scrigno dei tesori!
Pronti? Gnamo.

 

10. “Orchi e streghe sono soli (Ninna nanna reciproca)” (da I milanesi ammazzano il sabato, 2008)

Il congedo ideale per uno degli album più sottovalutati della band milanese, un lavoro ricchissimo di idee che probabilmente invecchierà molto meglio di alcuni classici (Germi su tutti). Orchi e streghe è uno degli esperimenti più riusciti, una ninna nanna orchestrale che inizia elettrica e funerea come il Neil Young di On the Beach per trasformarsi improvvisamente in una sinfonia pop degna dei Mercury Rev più onirici.

 

9. “Il compleanno di Andrea” (da Ballate per piccole iene, 2005)

 Anche il monolitico Ballate per piccole iene si chiude con un pezzo atipico, una ballata lentissima, quasi sfiancante. A tratti sembra di ascoltare White Pony dei Deftones nei suoi momenti più quieti e depressi, album con il quale condivide anche il concept (la dipendenza da cocaina).

 

8. “Bungee Jumping” (da Quello che non c’è, 2002)

 Quello che non c’è vede l’ingresso del chitarrista Giorgio Ciccarelli al posto di Xabier Iriondo. Nonostante il nuovo entrato si contraddistingua per uno stile più tradizionale e concreto rispetto alle bizzarrie rumoristiche del precedente, questo brano risulta, proprio a livello chitarristico, uno dei più avventurosi del repertorio degli Afterhours.

 

7. “Riprendere Berlino” (da I milanesi ammazzano il sabato, 2008)

 A mio parere uno degli episodi pop più riusciti del canzoniere di Agnelli, molto più della ipercelebrata Non è per sempre ad esempio. Se in quest’ultima il messaggio di speranza suona eccessivamente retorico e consolatorio, in Berlino forse nemmeno c’è un messaggio, sono sufficienti quei corettini in falsetto sui ritornelli per farti dimenticare che il tuo diploma è un fallimento e che probabilmente non hai nemmeno bisogno di una laurea per reagire.

 

6. “Rapace” (da Hai paura del buio?, 1997)

Questa è il prototipo (quasi) perfetto di ballata rock alla Afterhours, un pezzo così intenso e spietato che pure Sangiorgi, in duetto con Agnelli nella versione di Haipauradelbuio?volemosetuttibbene2014 è riuscito a fare un figurone.

 

5. “Il sangue di Giuda” (da Ballate per piccole iene, 2005)

 Quell’atmosfera da tragedia greca e quel senso di ineluttabilità che ammanta questo disco è nettare per il mio animo darkettone. Il sangue di Giuda sarà anche considerato un pezzo minore ma quel “C’èèèèèè solo sangueeee” che esplode nel ritornello mi fa venire i brividi fin sopra i capelli.

 

4. “Voglio una pelle splendida” (da Hai paura del buio?, 1997)

 Sarà il ritornello, saranno quelle chitarre che si intrecciano a meraviglia suonando quasi la stessa parte, sarà che avevo 13 anni quando l’ascoltai per la prima volta ma questo pezzo riesce sempre a commuovermi, è come stare su una giostra. Questa è LA canzone pop degli Afterhours.

 

 

3. “Quello che non c’è” (da Quello che non c’è, 2002)

 Se Rapace era la ballata quasi perfetta, qui possiamo togliere tranquillamente il quasi. E anche il cappello.

 

2. “Ballata per la mia piccola iena” (da Ballate per piccole iene, 2005)

Adoro questo disco e in particolare questa canzone. Adoro la sua plasticità, il suo andamento strisciante, subdolo, ossessivo e drammatico allo stesso tempo, adoro quel modo elegante e beffardo di dirti: “da qui amico, non ne uscirai vivo”.

 

1. “Bye Bye Bombay” (da Quello che non c’è, 2002)

Ascoltando questo capolavoro mi domando per quale motivo gli Afterhours non si siano sporcati le mani più spesso con la psichedelica. Questa fusione di grunge, acid-rock e poesia macabra (“steso su un balcone guardo il porto, sembra un cuore nero e morto che mi sputa una poesia”) è così avvincente e senza tempo che ti viene voglia di andare in India con Emidio Clementi (questa ve la spiego un’altra volta). Bye Bye Bombay non è una canzone, è un mondo.

 

 

di Alberto Mariotti

 

 

Articolo pubblicato dalla redazione.
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