Le migliori dieci canzoni dei Litfiba secondo un facciocomemiparista

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Se nella prima puntata vi avevo gentilmente imposto la mia top ten sugli Afterhours stavolta sono andato oltre in termini di facciocomemiparismo, perché in realtà i Litfiba a Firenze ci hanno già suonato poche settimane fa (il 7 aprile al Nelson Mandela Forum) ma il mio indomabile spirito anarchico mi ha costretto a fregarmene e arrivare lunghissimo (ma con ottime argomentazioni).

Avvertenze:

– I dischi li conosco tutti, se nella classifica non sono andato oltre il 1988 è solo perché ritengo le prime produzioni infinitamente superiori.
– Non ho messo né “Eroi nel vento” né “Tex”, chiedo anticipatamente perdono. Pronti? Gnamo.

10. “Tziganata” (da Desaparecido, 1985)

Se le tematiche anticipano il buio infernale di “17 Re” (“Eva ballava sul fuoco, profumo di sesso attorno a sé, la notte in cui nacque l’odio”), l’atmosfera rimane fedele al resto delle canzoni di “Desaparecido”, poche chitarre e molte tastiere, molta Inghilterra e poca America. È un sogno disturbato, figlio della noia e della voglia di sfuggire alla routine e alle consuetudini.

 

9. “Univers” (da 17 Re, 1986)

Volo, girando, girando io volo”. Se dovessi abbinare “17 Re” ad una forma geometrica sarebbe una spirale (rigorosamente discendente nonostante il volo) o comunque una serie di cerchi concentrici l’uno dentro l’altro. In questo caso sono le tastiere di Aiazzi a delimitare la circonferenza, mentre Maroccolo e De Palma creano il panico tutto intorno.

 

8. “Cuore di vetro” (da Litfiba 3, 1988)

1/3 di hard rock, 1/3 di (pre) grunge, 1/3 di nenia mediorientale, mescolate quanto basta e otterrete la ricetta dei “nuovi Litfiba”. In questo pezzo ci sono tutte le promesse che la band fiorentina non è stata in grado di mantenere nei dischi successivi, tranne che nella splendida “Fata Morgana”, praticamente una “Cuore di Vetro” parte seconda: stessa atmosfera, stesso tema, stessa struttura, stessa smania di citare Herzog a casaccio.

 

7. “Istanbul” (da Desaparecido, 1985)

Se dall’aria umida ed asfissiante della bassa emiliana si sentono nitidamente i “bombardieri su Beirut”, dai colli fiorentini si continua a vagare in un mondo onirico e atemporale “senza volto, senza età” in cui resistono “baluardi sacri” e “forze oscure”. Datemi tutto, ma vi prego, non la realtà, almeno per adesso.

 

6. “Paname” (da Litfiba 3, 1988)

Il “corteo di maschere” è pronto ad assaltare la bastiglia del moralismo e dell’ipocrisia (“vogliamo vendetta per questo inferno”) e mettere a ferro e fuoco l’intera città: “è il carnevaleeeee”. Un auspicio rivoluzionario, il totale ribaltamento di ruoli tra gli emarginati (i senzatetto di Parigi che si prendono dignità e potere con la forza) e la borghesia altezzosa e indifferente (che soccombe sotto la furia di chi non ha niente).

 

5. “Louisiana” (da Litfiba 3, 1988)

Come in “Paname”, l’espediente retorico utilizzato è ancora una volta il nobile tentativo di invertire il gioco delle parti tra i protagonisti. Il condannato sulla sedia elettrica di “Louisiana” non è più un poveraccio da compatire, ma un condottiero in procinto di “cavalcare il fulmine” prima di spegnersi in battaglia. La sua vita vale come quella di un Re (“e poi il mio trono esploderà”) o di un Papa (“apritevi finestre, suonate campane”).

 

4.“Gira nel mio Cerchio” (da 17 Re, 1986)

Musicalmente è il più potente calcio in faccia mai sferrato dalla band fiorentina, le immagini tra le più degradate e grottesche del loro canzoniere, tra deliri alcolici (“gradazione d’alcol, mi distrugge un po’”), sintomi di contagio post-nucleare (“sul corpo, macchie blu”) e presagio di morte.

 

3. “Sulla terra” (da 17 Re, 1986)

Tradimento, disillusione, guerra. Se dovessi condensare “17 Re” in una sola canzone sceglierei questa, non solo perché con poche immagini riesce a mettere insieme tutti questi temi ma anche perché è la più compiuta a livello musicale.

 

2. “Re del Silenzio” (da 17 Re, 1986)

Il sogno indotto di “Desaparecido” era destinato, inevitabilmente, all’implosione. La fuga ci ha portati troppo lontano, in un luogo ancor più ostile della realtà da cui siamo sempre fuggiti. Adesso siamo soli, non più “eroi nel vento” ma “re del silenzio”, intrappolati in un vicolo cieco, senza più forza di vivere (“perché non so più amare”), di comunicare (“ti prego, lasciami solo”) e costretti, nostro malgrado, a fare i conti con i fantasmi del passato.

 

1. “Come un dio (live)” (da 12-5-87 Aprite i vostri occhi, 1987)

Parte Maroccolo in solitudine. Si aggiunge Aiazzi a riempire il vuoto. Poi Ghigo che suona come Robert Smith e Pelù che si presenta sul palco con una diamonica (?). De Palma è già dentro da un pezzo ma nessuno se n’è accorto tanto è subdolo ed elegante. Sono momenti epici, irripetibili, istantanea di una band che non raggiungerà più tali livelli di coesione, consapevolezza artistica ed espressività.

 

di Alberto Mariotti

 

Articolo pubblicato dalla redazione.

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