Quella sera che consegnai il kebab: tenetevi la fame, rendeteci la vita

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Farid, a dirla tutta, non me lo aveva chiesto. Ha solo detto: “Dijabo non ci sarà per una settimana, si è fatto male a un piede, o una mano. Non lo so, perché quando parla io non lo capisco”. “Posso fare io Dijabo stasera” proprio così ho detto. Farid era incerto: i permessi, e poi era tardi, e poi pioveva e poi i soldi. “Senti Farid, per una sera te lo faccio volentieri, a gratis. Porterò io il kebab a domicilio, in bicicletta, come fa Dijabo”. Farid sospira, toglie il grembiule, mi guarda negli occhi: “dai il sacchetto, prendi i soldi e non fare una parola. Capito bene? Una parola!” Ed è allora, un martedì di giugno verso le 9, che l’aria era umida, il cielo plastico e a pedalare per le strade del centro sembrava di stare in una serra, che tutto era umido, plastico e grigio, allora io li ho visti tutti, i volti della fame.

Come Katherine, la studentessa americana, gli occhiali e i capelli sporchi, con le punte viola e i braccialetti stretti che le segnano i polsi e quando suono il campanello lei sta appena dietro la porta, diffidente mi strappa il sacchetto di mano. Erano quattro piadine.

Come Simona, che mentre prepara la pappa a Giammatteo, dice che non ha trovato nulla in frigorifero e Pietro ha il telefono staccato, è alla partita di calcetto, sorride. E Giammatteo batte il cucchiaio sul seggiolone e i capelli d’angelo in brodo fanno booom, schizzano ovunque, lui urla e lei mi dice “scusa, tieni pure il resto” e poi chiude la porta.

Come il Signor Ferretti, che ordina una piadina ed è smilzo, anziano, vive al piano terra di un palazzo liberty, cammina col bastone e mi mette in tasca due spicci prima ancora di prendere il suo sacchetto, chiede: “ti dispiace poggiarlo sul bancone in cucina?” dice di sedermi con lui, dieci minuti, nella veranda in penombra, patio lo chiama, e il Tg3 va a tutto volume dal televisore: “quando ci vedevo bene leggevo le notizie sul televideo ma ora gli occhi mi fanno dannare”. E poi era passata un’ora. Farid mi scrive un messaggio: “dove cazzo sei amico?” Che io stavo seduto ad ascoltare di Fanfani e Craxi e di Indietro Tutta e di quando Achille Ferretti, che aveva trent’anni, nel ’66 portò in salvo una ragazzina di 8 anni che penzolava da una finestra di un palazzo in San Frediano.

Si chiamava Biancamaria.

E oggi lei non c’è più, ma nella foto dentro quella cornice d’argento sopra la televisione, il giorno del matrimonio, lei e Achille ridevano di gusto e lei portava una coroncina di margherite in testa e aveva le caviglie scoperte.

Chissà se Biancamaria ce l’avrebbe messa la salsa piccante, nel kebab.

 

 

Giacomo Alberto Vieri

Quando studiavate, diventavate grandi, prendevate meriti, vi costruivate una famiglia, un futuro e giardinetti pensili, io ero in sala giochi.Dunque imbandite la tavola, recitate Proust a memoria e spiegate ai vostri figli cos’è la fotosintesi clorofilliana, ma quando arriverà il giorno del giudizio universale, non venite a chiedermi i trucchi per battere Sagat, Vega o Ryu a Street Fighter.

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