Dunkirk: Christopher Nolan racconta la salvezza di una nazione

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Dopo il discusso Interstellar, che si aggiudicò un Oscar per Migliori Effetti Speciali agli Academy Awards del 2015, Christopher Nolan torna sul grande schermo presentando un war movie accurato, che si discosta sorprendentemente dai soliti film di guerra e che si preannuncia già la pellicola migliore del 2017.

Dunkirk, considerato fin da subito un’opera d’arte sia dalla critica che dal pubblico, si contraddistingue per un sentimento corale in cui non emerge l’eroicità dei singoli. Le identità di ciascun personaggio passano quasi in secondo piano per un bene superiore: la salvezza e il ritorno in patria, con la convinzione di portare con sé un senso di sconfitta e di vergogna.

Nolan racconta la celebre e sofferta Battaglia di Dunquerque, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando l’esercito britannico, e una minoranza di soldati francesi, furono intrappolati dai nazisti e dalle acque della Manica, in Francia. Il regista ripropone quello che ormai può essere definito un “suo marchio di fabbrica”, ovvero un’analisi attenta del tempo attraverso la ripartizione della pellicola in tre grandi archi temporali e “geografici”: il primo ha una durata di una settimana, e si svolge sulla terra; il secondo in mare, con una durata di un giorno; e il terzo, e ultimo, in aria in un’ora. Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Cillian Murphy, e James D’Arcy sono dei protagonisti positivamente nascosti.

Le performance vengono in parte eclissate dalla realizzazione di un vero e proprio soccorso miracoloso, raggiunto attraverso il contributo di ciascuno dei personaggi da loro interpretati. Ciò che può essere considerato un “personaggio a tutti gli effetti”, la cui voce si fa sentire forse ancora di più rispetto a quella dei soldati, è la colonna sonora composta da Hans Zimmer, che permette agli spettatori di vivere l’evento in presa quasi diretta.

L’alternarsi di tonalità gravi e stridenti, insieme ai rumori della guerra, produce una sorta di scombussolamento nei presenti in sala. Continuiamo a rimanere scossi e rapiti anche quando ormai i boati della guerra sono terminati da tempo, come se fossimo stati quei soldati, come se avessimo sperato e vissuto insieme a loro l’agognato ritorno a casa.

 

di Maria Saccà

 

 

Articolo pubblicato dalla redazione.
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