Decade, il nuovo disco dei Calibro 35: l’intervista ad Enrico Gabrielli

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È appena uscito Decade, ultimo disco dei Calibro 35. Lo presenteranno alla Flog il 24 febbraio assieme a tutti i musicisti che hanno partecipato alla sua realizzazione. Luisa Santacesaria ha incontrato per noi Enrico Gabrielli per fargli due domande. Qui di seguito l’intervista.

LS: Vuoi parlarci di questo lavoro?

EG: Decade è un disco nato senza alcuna premessa specifica, se non che dovesse essere un omaggio ai nostri dieci anni di attività.
Doveva essere un album in cui rifacevamo brani del nostro repertorio e aggiungevamo cose prese da Indagine sul cinema del brivido, lavoro di qualche anno fa. Poi abbiamo voluto fare un disco di assemblaggio, una specie di “greatest hits” amplificato. Di fronte a questo progetto un po’ promozionale – lo ammetto – sono stato io a rilanciare, con Tommaso [Colliva], l’idea di buttare giù tre-quattro brani nuovi da fare con gli Esecutori di Metallo su Carta.

Si sono aggiunti brani buttati giù dagli altri, e così siamo arrivati a un disco di originali nuovi, che abbiamo registrato alle Officine Meccaniche. Abbandonato il progetto dell’omaggio, abbiamo portato avanti un’idea nuova di disco che, in più, aveva un sotto-concetto derivato dal mondo architettonico distopico – con spunti presi dai lavori di Superstudio, in particolare. I brani, infatti, hanno nomi un po’ da library e un po’ da rivista di architettura degli anni di Le Corbusier. È un disco che non ha quasi nessuna traccia del concetto di poliziottesco, però sonoramente ancora alcune cose le ha: è diventato molto più library che cinema.

LS: Potresti farci un resoconto di questi dieci anni dei Calibro 35?

EG: Dieci anni dei Calibro 35… sono stati lunghi [ride]! Lunghi e belli… Una di quelle classiche cose che quando nascono non ci scommetteresti un soldo bucato e che però, per ragioni di biochimica del gruppo e per nonchalance, spesso vengono meglio!

Dopo il primo disco, che doveva essere una raccolta fatta da Tommaso, che è il super espertone, di colonne sonore più o meno afferenti al mondo del cinema poliziottesco italiano [Calibro 35, 2007, ndr], la resa – anche live – fu talmente entusiastica che abbiamo fatto un secondo disco [Ritornano quelli di…, 2009, ndr].
Il disco prendeva quasi tutti i brani che aveva scritto Massimo [Martellotta] per un documentario americano sull’action movie italiano.

Il secondo disco ci ha fatto supporre che si poteva sopravvivere di quella attività, e quindi non è stato difficile ipotizzare di poter andare al terzo. Nel frattempo, avevamo iniziato a espanderci oltre i confini dell’attività concertistica. In quel periodo, avevamo cominciato a stringere rapporti fertili con l’America, soprattutto con il Nublu Club, storico club newyorkese gestito da persone molto simpatiche; con la label di questo club abbiamo registrato il secondo e il terzo disco [Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, 2012, ndr]. L’America con quel disco si è un po’ esaurita, perché è un mercato che, banalmente, ha anche bisogno di tempo e noi, nel tempo, abbiamo cominciato ad avere sempre meno tempo. Per questo siamo tornati a incentrare il progetto in Italia.

Abbiamo fatto il disco Traditori di tutti (2013), colonna sonora dell’unico film mancante sul Duca Lamberti, personaggio di Giorgio Scerbanenco, uno dei massimi scrittori di noir italiani. Dopodiché abbiamo perso fiducia nella realtà e siamo finiti nello spazio, per ragioni, forse, anche personali. Era un periodo in cui con Sebastiano De Gennaro avevamo creato l’etichetta 19’40”; ci vedevamo spesso e ci scambiavamo le nostre fantasie fantascientifiche. Sebastiano ha realizzato il progetto All my robots mentre io stavo iniziando a scrivere il primo libro di racconti di genere [Le piscine termali, Edikit, 2017] e i Calibro 35 si sono infilati nel mezzo. Così è nato S.P.A.C.E.. Dopo ci siamo presi una pausa: io ho portato avanti la collana discografica, le rassegne di Contemporarities e di Fuck Bloom!, il progetto degli Esecutori di Metallo su Carta, e poi ho avuto PJ Harvey per due anni, che è stato un altro blocco complesso da gestire. E ora eccoci qui.

LS: Siete tutti musicisti impegnati in progetti paralleli: come si svolge una sessione creativa dei Calibro 35?

EG: Su questo ti rispondo in modo secco: Calibro 35 è un progetto parallelo. Una cosa che si è chiarita a tutti è che quello che abbiamo non è parallelo ad altro ma sono tutte cose parallele a se stesse: quindi non c’è un main project. O almeno, io ho risolto così, ma secondo me anche Luca Cavina, per esempio, o Fabio Rondanini, mentre per Massimo è già diverso, perché lui è stato anche per un periodo il compositore principale del gruppo.

Per noi è un progetto parallelo, ovviamente di importanza collaborativa sostanziosa, un grande lavoro che richiede concentrazione, impegno e dedizione. In ogni caso, tutto quello che succede intorno a noi è parte integrante e utile alla causa Calibro 35. È fondamentale per tutto questo gruppo di persone – e si tratta di collaborazioni multiple – che ci sia una certa mobilità, una certa modularità e anche una certa promiscuità, ed è una cosa che in generale fa bene anche alla mente di una persona che fa musica, soprattutto nel mondo di quello che una volta si chiamava “alternativo”, “underground” o “indie”.

Perché è facile che questo diventi un mestiere, e va benissimo: ma quando un mestiere diventa grigio, non fa bene a nessuno. E perché qualcosa non diventi grigia, bisogna sempre avere la sensazione che si stia facendo qualcosa di temporaneo, che non sia una cosa che debba durare per tutta per tutta la vita e i secoli a venire.

LS: Ci sono gruppi o artisti con cui vi piacerebbe collaborare in futuro?

EG: Ce ne sono tanti: quando eravamo in America c’era stato un periodo di contatto con tutto il giro della Daptone Records, i Dap-Kings… in realtà per un periodo stavamo trattando per avere loro come fiati su un disco. Quello è un mondo ideale per noi: siamo con un’etichetta che si chiama Record Kicks che si occupa prevalentemente e sostanzialmente di funk, new funk, che non è una roba che in Italia ha una presa fortissima. Però, a livello internazionale, ha un circuito molto ampio.

Per quanto riguarda altre realtà, beh, gli Heliocentrics assolutamente… A me personalmente piacerebbe fare prima o poi qualcosa con James Senese, che è famoso per essere una testa calda, e che però è forse stato uno dei più grandi sassofonisti soul italiani, secondo me anche europei. Magari in futuro, chi lo sa!

LS: Avete progetti in cantiere di cui vuoi raccontarci?

EG: Sì, ci sono cose che sono rimaste in sospeso. Una è l’Indagine sul cinema del brivido, che è uno spettacolo teatrale che abbiamo fatto qualche volta come Calibro 35 con una formazione che ancora non si chiamava Esecutori di Metallo su Carta e che adesso ha preso un nome un pochino più concreto. Tra l’altro, una parte di questo ensemble sarà dal vivo con i Calibro 35, e cioè il percussionista Sebastiano De Gennaro e Beppe Scardino, uno dei migliori sassofonisti baritoni e clarinettisti bassi che ci sono in Italia oggi. Poi il 24 febbraio alla Flog di Firenze faremo un concerto con tutti i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione dell’album. Un’altra cosa in cantiere, che si spera non sarà l’unica, è il progetto su Paolo Renosto/Lesiman: ci piacerebbe registrarlo e farlo uscire per 19’40” come progetto dei Calibro 35 insieme all’ensemble. E magari farne altri insieme.

 

CALIBRO 35 Live
24 febbraio 2018
Auditorium Flog

 

[Luisa Santacesaria è musicista e musicologa. Collabora con il Centro Studi Luciano Berio, con gli Amici della Musica di Firenze e cura per Tempo Reale il progetto TRK. SOUND CLUB e il blog musicaelettronica.it. È membro del collettivo di musicisti Blutwurst. Nel 2016 e 2017 è stata curatrice musicale del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato.]

 

 

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Articolo pubblicato dalla redazione.
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