“L’isola dei cani” di Wes Anderson

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“Wes strikes again” è il vero titolo di questa recensione su L’isola dei cani, l’ultima fatica del regista texano perché non si può proprio dire che anche stavolta non abbia fatto centro.

Tornando su un sentiero conosciuto e fortunato, quello dell’animazione in stop motion, già sperimentata con buona fortuna in Fantastic Mr Fox” nel 2009, stavolta Anderson sceglie come protagonisti un ragazzino giapponese dodicenne, Atari Kobayashi, pupillo del controverso Kobayashi sindaco/dittatore di Megasaki che con un decreto ha sancito l’espulsione di tutti i cani della città per far sì che l’influenza canina non diventi pericolosa anche per la popolazione; questi cani vengono perciò mandati in quarantena sull’isola dei rifiuti. Atari non si dà per vinto e parte con un velivolo di fortuna alla ricerca del suo amato cane protettore Spots, anche lui esiliato; nel corso di un atterraggio di fortuna conosce cinque meravigliosi cani “alfa” che lo aiuteranno nell’impresa, tra i quali c’è il burbero Chief, bastardo restìo a stringere rapporti con gli umani, senz’altro il personaggio più riuscito proprio per queste sue sfumature ambivalenti.

Anderson con l’espediente canino e l’ambientazione distopica giapponese alleggerisce tematiche toste come la deportazione, l’informazione di regime e il turboliberismo costruendo un’architettura perfetta tra storia, personaggi e scenografia variando registri sia linguistici (inglese, giapponese tradotto e non, “canese”) che espressivi (stop motion, pittura e disegno) con mano sapiente fino al maniacale, senza quasi mai sfiorare la retorica mettendo in scena la cieca leadership dell’uomo sugli altri esseri viventi.

Un film d’animazione ben fatto che forse ha nel ritmo pressoché uniforme e nel finale vagamente buonista i suoi piccoli difetti di una confezione per il resto impeccabile.

Matteo Chiapponi

Se non vado al cinema almeno una volta a settimana sento che manca qualcosa. Amo il rock’n roll e alleno per passione.

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