“Visto si stampi” di Gabriele Sabatini

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Quando hai un libro tra le mani vorresti sfogliarlo. Alcuni lettori, convinti in parte dal titolo e dalla copertina, sono soliti aprire a caso il volume e leggere un paragrafo. Da questo capiscono se anche la scrittura è convincente.

Con i libri di Italo Svevo questa abitudine potete scordarvela. Gli editori hanno deciso di lasciare alcune pagine piegate ma non tagliate: occorre il gesto del lettore, munito di tagliacarte, per liberarle dal loro stato imprigionato.

Se ad alcuni questo gesto può piacere, ad altri (me compreso) mette ansia, soprattutto quando tra le mani ho un libro che voglio leggere subito come “Visto si stampi” di Gabriele Sabatini.  Se non si è abili nel tagliare i bordi, le pagine potrebbero strapparsi irrimediabilmente e questo diventa un dramma più che un piacere.

L’avventura con questo libro è stata lenta (almeno una mezz’ora di lavoro certosino) ma ogni azione è andata a buon fine. Ho letto avidamente perché dei libri, soprattutto dei capolavori, mi piace scoprire i retroscena e questo volume di Gabriele Sabatini ci regala proprio questo.

Nove libri, nove vicende editoriali in cui scopriamo la stoffa degli autori, i loro umori nel scriverli, ma anche il risultato di simili pubblicazioni. La critica nel Novecento era spietata e di testate ce n’erano almeno il triplo di quelle odierne. Ed è così che veniamo a sapere che Pratolini impiegò venti anni per scrivere “Cronache di poveri amanti”, mentre Ennio Flaiano impiegò meno di quattro mesi per il suo “Tempo di uccidere”, corteggiato da Longanesi e portato alla prima edizione del Premio Strega (che vincerà) con il motto “Chi ha sofferto nel Ventennio darà il voto solo a Ennio”. Le esperienze raccolte su alcune pubblicazioni di Curzio Malaparte, Piero Chiara, Vitaliano Brancati o Mario Rigoni Stern (a cui si aggiungono anche Giuseppe Berto, Carlo Cassola e la fondazione della Longanesi) rivelano la vera natura di un libro, che non ha ancora preso forma ma che ha già un percorso da intraprendere.

La mia confessione sarà abbastanza indifferente a molti ma ad alcuni piacerà: a me di un libro piace proprio la sua permeabilità emotiva e storica, ovvero quella sensazione di costruzione che passa da un autore al suo lettore. Il libro diventa così oggetto comune, luogo di confronto in cui tutti possono dire la propria, ma ognuno rimarrà costantemente vicino alla propria idea.

L’autore penserà di averlo scritto per delle questioni, mentre il lettore comprenderà le sue, magari lontane dalle originarie. Tutti però saranno felici. Insomma, per dirla brevemente, la storia di un libro dalle sue origini ha un fascino per me ineluttabile, capace di spostare anche il gusto della sua lettura. Ed ecco che Sabatini mi rende felice con questo piccolo gioiello, mettendo alla luce rapporti, voglie e volontà. Fossi in voi mi fornirei di tagliacarte: sarà utile per leggerlo o minacciarmi la prossima volta che ci vedremo.

Ps. Tutti i libri di cui Sabatini ci racconta sono capolavori. Questo libro è anche un buon modo per consigliarvi letture per l’estate. Buona lettura.

 

foto: @rivista_flaneri

 

Gabriele Ametrano

Cinque tatuaggi, due piercing e sedici quarti di sangue nobile. Giornalista da più di dieci anni, scrivo, parlo in radio ma soprattutto leggo. Ballo poco ma in compenso so restare fermo in un angolo ad osservarvi. Credo alle parole, quelle chiare, senza fraintendimenti. Il resto è un chiacchiericcio.
Per le altre cose potete cliccare qui.

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