Sulla mia pelle: la recensione

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Stefano è un ragazzo romano sulla trentina, fa il geometra insieme al padre, tira di boxe ed esce con gli amici. Nel passato di Stefano c’è stata l’eroina e in comunità lui ha cercato di liberarsene. Forse c’è pure riuscito, ma la strada è ancora lunga. Di sicuro non si è liberato però dal consumo abituale di marijuana e cocaina che talvolta divide con qualche amico. È proprio una sera, mentre è in macchina con un altro ragazzo, che viene fermato dai carabinieri, perquisito e trovato in possesso di stupefacenti. Dal momento dell’arresto la vita di Stefano sembrerà non appartenergli più e una violenza inaudita fatta sulla sua persona, di cui egli non vuole però fare parola con nessuno, finirà per minare in modo irreparabile il suo già compromesso stato di salute portandolo in una sola settimana alla morte.

Questi i fatti. E come sappiamo non si tratta soltanto di una sceneggiatura cinematografica perché questa è la storia di Stefano Cucchi scomparso nel 2009 mentre si trovava in stato di custodia cautelare ricoverato presso l’ospedale giudiziario Sandro Pertini di Roma.

Questa la storia raccontata dal regista Alessio Cremonini nel film Sulla mia pelle presentato in concorso nella categoria Orizzonti durante l’ultima Mostra di arte cinematografica di Venezia che vede, nel ruolo del protagonista, Alessandro Borghi (Non essere cattivo, Suburra).

È un film onesto Sulla mia pelle. Rifugge abbastanza bene il rischio di piegare un fatto di cronaca mediaticissimo alla realizzazione di un film di denuncia perfetto. La messa in scena è semplice, ma efficace, senza assumersi troppi rischi si limita a raccontare il dolore, la brutalità e la frustrazione come gli effetti collaterali di qualcosa che avviene fuori scena, qualcosa di talmente terribile e già tristemente noto che non c’è bisogno di mostrare sullo schermo.

Forse nemmeno servirebbe quando si ha a disposizione una tela bianca, come si dimostra essere Alessandro Borghi in questa occasione, con il suo volto su cui compaiono improvvisamente ecchimosi e il corpo magro e tirato che sempre con più fatica si muove, quasi striscia, da una stanza all’altra, dall’aula di tribunale alla caserma e infine all’ospedale giudiziario. La voce si affievolisce fino a non essere più comprensibile, i pensieri si fanno confusi, i discorsi sconnessi.

Borghi domina la scena con una convinzione e una abnegazione totale mostrando una maturità sorprendente anche nel perfetto controllo delle possibilità del corpo e del volto. Pur avendo rinunciato, forse provvidenzialmente, a una totale trasfigurazione della sua persona, sulla falsariga di quella estrema sperimentata da Matthew McConaughey e Jared Leto perDallas Buyers Club, il suo spegnersi quasi ripiegandosi su se stesso scena dopo scena è la vera e più efficace rappresentazione di una violenza non vista, o almeno delle sue conseguenze.

Se l’interpretazione di Borghi si pone come esemplare, il film rimane su un ritmo piuttosto tranquillo, ineccepibilmente corretto senza assumersi rischi eccessivi. I dialoghi sono efficaci, la fotografia fredda e volutamente scarna e il ritmo non concede soste lasciando allo spettatore tutto il tempo per una profonda riflessione finale.

Lungi dal voler raccontare un martirio o dal volerlo mettere in scena, il film lascia un forte senso di disappunto sulle motivazioni del perché la violenza subita non sia stata denunciata da Stefano alle numerose persone che durante il suo calvario gli chiedono spiegazioni sul suo aspetto devastato. È la paura, sembra suggerirci il film, la paura che un fermo per detenzione possa disastrosamente trasformarsi in una condanna a 10 anni, la paura che un’ispezione fatta a casa di sorpresa faccia scoprire agli inquirenti qualche altro scheletro nell’armadio.
No, Stefano Cucchi non è raccontato come un santo o un martire ma come un ragazzo tragicamente poco ingenuo e consapevole dei rischi di una posizione delicatissima.

Qualcuno un po’ più sprovveduto si sarebbe potuto salvare raccontando la verità e rischiando le conseguenze? Forse sì e magari è già successo più di quanto tutti noi crediamo.

Caterina nasce, cresce e vive a Firenze da un discreto numero di anni.
Sedotta e mai abbandonata dal cinema fin dall’infanzia, crede fermamente in una critica cinematografica semplice e costruttiva, volta ad essere strumento di riflessione e conoscenza del lettore cinefilo.

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