“L’albero velenoso della fede” di Barbara Kingsolver e la libreria “On The Road”

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Entrare da “On the road” in piazza Giorgini è stato come il salto in un atlante. Il sapore del viaggio, tema fondante della libreria, dei suoi mobili e dei suoi muri, è subito percepibile.

Diversamente dal solito, stavolta vorrei soffermarmi più sulla persona che la gestisce che sugli elementi di arredamento: Martina mi ha accolto come se stessi entrando in casa sua e come se fossi un ospite atteso e gradito. La scelta del suo titolo deriva dalla sua considerazione per cui, in questi tempi in cui la paura per l’altro è il sentimento fondante del disagio del nostro territorio, è necessario capire una verità fondamentale, un sentimento concreto che si traduce nell’accettare il diverso e renderlo una ricchezza, sperando che queste parole non si esauriscano in vuote elucubrazioni ma in atti materiali.

Ci sarebbe tanto da dire su “L’albero velenoso della fede” di Barbara Kingsolver, dal ruolo della religione a quello della donna, dall’importanza del colore della pelle a quella del corpo in senso lato, da quello che è la morte al senso della vita stessa: la storia di una famiglia (un padre pastore, una madre e quattro figlie) che viene mandata in Africa negli anni ’60 per convertire il Congo alla religione di Cristo e renderlo civilizzato. Inutile dire che mandare una famiglia bianca in un territorio come quello, con il compito di imporre un’educazione e una religione è già di per sé un elemento pieno di spunti di riflessione.

“Per come la vedo io, l’Africa non deve piacerti, però devi riconoscere che è là fuori. Tu hai un modo di pensare e lei il suo, non vi incontrerete mai!”: questa è solo una delle frasi importanti che si trovano nel libro. Convinzioni sbagliate, messe continuamente in discussione dallo stravolgimento ripetuto degli eventi, in conflitto con un popolo che vive con dei riti, delle immagini di se stesso, delle considerazioni riguardo alla vita, alla malattia, alla morte, che sono diverse ma non necessariamente sbagliate.

Originale è il punto di vista della narrazione, perché si basa sui racconti in prima persona delle figlie e della madre, un punto di vista totalmente femminile che si evolve passando per tutto l’arco del libro dall’infanzia alla vecchiaia.

Un libro importante, questo: basterebbe provare a invertire i punti di vista, invertire e anzi mescolare i colori della pellee le considerazioni classiste e limitate presenti nelle parole per provare a capire che le differenze rendono ricco chi ha il coraggio di non essere impaurito da esse.

 

credits foto: literarymickee

 

Luca Starita

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina, passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. Nasco nel 1988 e, sebbene parli in napoletano solo quando sono emotivamente alterato, sento Napoli come il mio segreto più grande. Ho studiato e studio Lettere, “a che ti serve?” è ormai una domanda inflazionata. Sento di far parte di una generazione di figli non voluti ed eterni bipolari, ma che possiedono il dono più grande: la libertà.

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