di Dario Russel Bracaloni – il cARTEllo

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Negli ultimi tempi ho riflettuto a lungo sul valore della musica espressa in Italia, più nello specifico mi sono poste delle domande circa quale direzione dovrebbe prendere per trovare, in futuro, uno sbocco che la renda unica, riconoscibile ed in grado di affermarsi al pari delle proprie concorrenti estere.

In parallelo mi sono anche chiesto che valore abbia il revival della musica psichedelica: cinquant’anni fa utilizzare strumenti elettrici suonati da un gruppo di tre, quattro o cinque elementi rappresentava una formula ed un modus del tutto nuovi ed avanguardistici, e la psichedelia irruppe in questo formato già nuovo aggiungendo elementi di pura avanguardia e sperimentazione, che alzavano l’asticella e si proiettavano il rock verso orizzonti progressisti. Riprendere tali attitudini nel mondo moderno siginifica riscoprire e ri-valorizzare un linguaggio antico che ancora aveva molto da dire o al contrario significa tradirlo nella sua essenza di avanguardia e novità? Per i suoi prinicipali e fondanti attori, utilizzare dei linguaggi e delle forme vecchie di cinque decadi sarebbe stato impensabile e del tutto fuori dalle loro intenzioni di rottura col vecchio.
Non poteva capitarmi occasione migliore Martedì 3 Marzo 2015, in quel di Firenze, non a caso una città che vive di vecchio e che smania di nuovo ma che purtroppo male lo digerisce.

Entro dentro una sorta di grande tendone. Una sparuta compagine di persone chiacchiera, si guarda attorno, fuma una sigaretta. Salgono sul palco cinque figuri, capitanati da un giullare in camicia colorata e jeans a zampa d’elefante, attaccano il loro concerto con un profondo tappeto di organo su cui, per strati, si depositano diabolici feedback e minacciosi pad di chitarra. Una manciata di minuti e si apre un caleidoscopio di colori, di chitarre acide e organi uptempo, di palloncini che si sgonfiano in pernacchie ridanciane, di groove diabolici e cori schizofrenici. Sembra l’avanspettacolo di un grande circo, gli attori sono dei clown sotto acido guidati dal loro capo che canta stridulo e beffardo melodie dolcissime, bambinesche diluite in una boccetta di acido confusionario. Il risultato è un fiume in piena, è Barrett solista portato alle sue estrme conseguenze, è puro divertimento dotato di potenza inaudita, i clown sono pazzi ma eseguono il loro numero con la dovizia di chi si è esibito migliaia di volte, il loro spettacolo sembra sconclusionato ma è al contrario un canovaccio studiatissimo, figlio di Beefheart, dell’illusione, della fanciullezza e del gioco provocatorio senza fine. I cinque clown si presentano come Jennifer Gentle e lasciano il palco nel momento esatto in cui non vorresti mai che quel girotondo finisse, per farti girare la testa fino alle vertigini.

L’avanspettacolo finisce. Ora va in scena il circo vero. È un circo di elefanti metanfetaminici, scuri come la grafite, pesanti come montagne. Questi elefanti sono capaci di muoversi nelle cristallerie più delicate, quelle che custodiscono melodie sognanti ma che i tre elefanti riescono a tradurre attraverso le loro potenti zampe. Sono animali raffinatissimi ed estremamente potenti, si chiamano Verdena ed il loro numero, sotto il tendone dell’Obihall di Firenze, va avanti per due ore, senza respiro.

Sono bravissimi a far calare la tensione e a riprendere fiato – Nevischio / Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne / Razzie, Arpia, Inferno e Fiamme – pur tenendo ben salda la frusta del domatore e tornare a far gravare il loro pesanti passi sul pavimento senza mai perdere il contatto col pubblico. In un continuo e sapiente sali-scendi, esprimono tutta la loro statura – Canos / Muori Delay / Lui Gareggia – , impressionano per loro coralità – Loniterp -, e come dei Dumbo in trip consapevole induco i loro spettatori al sogno – Funeralus -. Sale la nebbia e non capisci più se ti trovi in Lombardia o a Seattle – Valvonauta / Starless – mentre uno spettacolo di luci semplice quanto efficace ed elegante (orchestrato dalle sapienti mani di Joe Campana), disegna, sottolinea e valorizza ciò a cui assistiamo, giocando sui chiaro scuri, sui movimenti e sui cambi di prospettiva.

Se, forse, il trio manca di quell’anima performativa capace di portare a totale compimento il suo incantesimo, è impossibile non essere tradotti in trance dalla sua potenza, dalla sua muscolatura e dalla sua deflagrazione. La sezione ritmica è semplicemente assordante per intensità, il muro di chitarre è travolgente, la voce è perenemmente insinuante e scivolosa.

Come dopo una grande corsa, si arriva stanchi alla fine. Non ho risposto a nessuno dei miei interrogativi ma di una cosa sono certo, appena il circo passerà di nuovo in città, non me lo perderò per nulla al mondo.