Non sarà un concerto come un altro, quello di John Murry, al Circolo il Progresso di Firenze il prossimo 30 novembre. Non lo sarà, semplicemente, perché John Murry non è un cantautore come un altro. Uscito con non poche difficoltà da un periodo che avrebbe steso chiunque – la fine di un importante contratto discografico, un divorzio, un’overdose scampata e la perdita dell’amico e produttore Tim Mooney – Murry ha trovato in Michael Timmins dei Cowboy Junkies una nuova guida spiritualecosì come era accaduto con Tim Mooney.

Un nuovo punto di partenza che lo ha condotto verso il sofferto “A Short History of Decay”, uno dei lavori recentemente più apprezzati in ambito folk-noir e rock. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare alcune cose del disco, cosa sta preparando e come si svolgerà il concerto di Firenze.

Prima di tutto, congratulazioni per l’album, è stato uno dei miei dischi preferiti dal 2017. Dato che è passato più di un anno dall’uscita di “A Short History of Decay”, stai lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi anticiparci qualcosa?
“Grazie. Sono contento che il disco sia là fuori, fluttuando nell’etere. Sai, ci sono voluti solo 5 anni! Ho lavorato su quel materiale molto prima che “The Graceless Age” venisse registrato. Gran parte di quel materiale, probabilmente, non vedrà mai la luce. Per quanto riguarda un nuovo lavoro, posso dirvi che sto lavorando a due progetti: un disco molto scarno, chitarra e voce, prodotto da Michael Timmins, e uno più muscolare e rock’n’roll. Quest’ultimo si è reso necessario dopo un concerto speciale, lo scorso anno, nella chiesa di St. Mary, a Chester, in Inghilterra, quando, quasi per magia, mi sono reso conto improvvisamente di star suonando la chitarra elettrica e poi, altrettanto velocemente, ho capito che era lei che stava suonando me. Il tempo rallentava, le cose avevano senso. O niente aveva senso, ma sembrava giusto così. È anche in produzione una colonna sonora di un documentario su di me che uscirà insieme al film, probabilmente nel 2020.”

Anche questo disco è stato prodotto da Michael Timmins dei Cowboy Junkies, come siete entrati in contatto?
“Ci siamo conosciuti al Celtic Connections di Glasgow, in Scozia, nel 2013. Siamo subito diventati amici. Mike ed io abbiamo iniziato a sentirci regolarmente al telefono dopo il mio ritorno negli Stati Uniti ed abbiamo parlato di fare un disco assieme. Dopo un paio d’anni ho però perso i suoi contatti, quando mi sono trasferito a Kilkenny, in Irlanda. Mi ha poi l’ho rintracciato ed abbiamo iniziato di registrare “A Short History of Decay”. Mike è un ragazzo speciale, è un po’ più di un produttore. Lui e Tim Mooney hanno saputo prendermi e mi hanno fatto capire quello che non devo mettere in discussione: il mio valore come cantautore e musicista. L’approccio è diverso, ma il ragionamento è lo stesso.”

Chi è il ‘Wrong Man’ del disco?
“Io. Sono anche un ottimo tiratore scelto, giuro, sono onesto, non mi sto vantando. Ora che ci penso, ho scoperto che devo ancora ritirare un premio in Mississipi, vinto oltre venti anni fa. Quel punteggio deve essere ancora battuto!”

L’album si conclude con la cover di ‘What Jail is Like’ dei The Afghan Whigs. Perché esattamente questa canzone?
“Oggigiorno, spesso, a prescindere da quello che faccio, ho la sensazione di sentirmi in gabbia, confuso e sconcertato. La musica non è più apprezzata nel modo in cui lo era 10 anni fa. Non nella maggior parte dei posti, comunque. Fare quello che faccio per vivere, in questi tempi quasi apocalittici. Questo è il carcere. Non c’è via d’uscita, non c’è un’uscita di sicurezza. Non c’è più droga, non ci sono ponti da bruciare. Solo un sentiero. Questo sentiero, senza bivio o crocevia, nessuna scelta. Inoltre, amo “Gentlemen” dei The Afghan Whigs e volevo omaggiare la canzone di Greg Dulli.”

Una delle cose che amo di più dei tuoi dischi è la convivenza dei suoni della parte americana, dove sei nato, e della parte europea, dove hai vissuto. Sei d’accordo o è semplicemente il tuo modo di scrivere musica?
“Sono d’accordo. Su entrambi i fronti. È semplicemente il mio modo di scrivere: non cerco attivamente di sposare questi suoni, ma cerco di mettere a fuoco quelli che amo sulle registrazioni. Penso che l’ultimo disco sia stato fortemente influenzato dalla musica tradizionale irlandese, una canzone come ‘Come Five & Twenty’ non esisterebbe senza l’unione della parte più tradizionale della canzone con la campagna del Mississipi descritta dal fingerpicking. I testi però sono un’altra cosa, suppongo.”

Sarai qui in duo, come si sviluppa il concerto?
“I concerti che faccio sono in continua evoluzione; mai statici, non sono mai felice di suonare come se stessi registrando un disco. Non credo di aver mai suonato la stessa canzone due volte. Mi piacerebbe credere che la gente viene a sentirmi a più spettacoli perché non sente mai la stessa cosa, allo stesso modo, due volte. Per quanto riguarda queste date italiane, scommetto che si svilupperanno molto bene. Sono assolutamente entusiasta di venire!”

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 John Murry
30 novembre 2018
Circolo Il Progresso