In queste ultime notti invernali ci vorrebbe proprio un bel prete nel letto. Anzi, a dirla tutta ci vorrebbero sia un prete che una monaca: allora sì che la stanza diventerebbe tutta un bollore!

Non temete: “Lo Zigozago” non si è trasformato in una rubrica erotica per fantasie claustrali e noi non stiamo parlando di due servi di Dio avvinghiati in ripensamenti, ma di due componenti di uno stesso oggetto, oggi desueto e per qualcuno misterioso, un tempo a dir poco fondamentale. 

Infatti, in un passato meno remoto di quanto si pensi, quando ancora i termosifoni non decoravano le pareti delle nostre case e le uniche armi per combattere il gelo spietato erano il fuoco ed i coltroni di lana, non c’era letto che non ospitasse un prete ed una monaca.

Il prete era un telaio in legno che veniva messo poco prima di coricarsi tra il materasso e le coperte in modo da tenere quest’ ultime lontane dalla monaca (anche detta cecia o veggio): un contenitore metallico che, riempito di braci ardenti e cenere, era poi appeso o appoggiato al centro della struttura lignea. Lasciata qualche ora a fare il proprio dovere e poi rimossa, quest’opera di ingegneria popolare trasformava il letto marmato in un’oasi felice, calda ed asciutta, in cui era possibile trovare un po’ di sollievo dalla rigidità di inverni non ancora stemperati dai mutamenti climatici. Il tutto, più in teoria che in pratica, a prova di incendio.

L’origine dei termini non è sicura anche se non può certamente passare inosservato il sorriso boccaccesco che li accompagna: d’altra parte non sarebbe la prima volta in cui il popolo viene sorpreso a sogghignare delle distrazioni degli ecclesiastici! Ma a proteggere le monache non c’erano solamente i preti: a Firenze la variante più piccola del telaio veniva infatti chiamata “trabiccolo” e se ancora non risultasse chiaro quanto questi umili utensili fossero preziosi, basterà ricordare che fino all’inizio del secolo scorso il Ponte Santa Trinita, per la festa di San Martino, ospitava proprio la “fierucolina dei trabiccoli”: un mercato annuale in cui cittadini ed artigiani facevano affari all’insegna del calore. 

“Firenze il quartiere di Santo Spirito dai gonfaloni ai rioni: una metodologia d’indagine per un piano delle funzioni della vita cittadina” di V.Orgera, G.Balzanetti, L.Artusi, J.Pol

E la Toscana non è l’unica regione ad aver visto i momenti di gloria di questi oggetti dai nomi salaci: in ogni angolo d’Italia, appesi come nostalgici trofei a una parete di campagna o stipati insieme ad altri cimeli addormentati sullo scaffale pencolante di una cantina, è possibile che ci siano un prete ed una monaca pronti a scaldare i ricordi dei sonni passati.